Nello sviluppo di una impresa, specie per le piccole e medie, uno dei fattori più…

Saper essere. Oltre la retorica del comando
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“Anche meno”
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Saper essere. Oltre la retorica del comando
La riflessione sulla centralità delle persone richiede un atto di coraggio e, per certi versi, di sfrontatezza. Il marketing sentimentale che accompagna la comunicazione della maggior parte delle imprese nasconde spesso il vuoto: una cronica mancanza di visione e un opportunismo di facciata. Affermare che i collaboratori sono “al centro” è spesso uno stucchevole esercizio retorico. L’effetto immediato è l’illusione; quello successivo è la disillusione, che nei casi più gravi si trasforma in rassegnazione, sdegno e rottura del patto lavorativo.
Quando il vertice di un’organizzazione enuncia una promessa così solenne senza mettere in campo sistemi e comportamenti coerenti, si realizza la tempesta perfetta: crolla il sistema fiduciario che è alla base della convivenza civile. Tante, troppe volte, i luoghi di lavoro si trasformano in contesti in cui chi ha il potere sente il bisogno di usarlo per incutere paura, deferenza e auto-umiliazione.
Chi ha avuto la fortuna di incrociare figure diverse conosce la differenza. Sperimentare la capacità ispiratrice di un vero leader è un privilegio: significa muoversi in contesti puliti, dove il rispetto e il piacere di fare bene diventano la bussola comune.
Ma perché ci sono tanti capi e così pochi leader?
Secondo Drucker e Bennis la leadership non è “fare le cose bene” (quello è il management), ma avere il coraggio di “fare le cose giuste”. Significa, come scriveva Robert Dilts, creare un mondo al quale le persone desiderino appartenere. Da un lato, c’è uno sforzo etico, una postura che restituisce un senso all’azione quotidiana di quel capo che ci fa dire: sta facendo la scelta migliore possibile; dall’altro, c’è la capacità di progettare contesti in cui la dignità non è mai messa in discussione, dove i problemi sono un motivo per fare di più e meglio, dove l’errore è un dato d’esperienza e il miglioramento è un fatto collettivo.
Molti capi cercano di autoassolversi dietro l’alibi del “leader si nasce”.
La scienza e la psicologia ci dicono che le cose sono più complesse. Chi ha vissuto i nove mesi di endogestazione e i primi nove mesi dopo la nascita in un contesto affettivo positivo è sicuramente un privilegiato, con qualche chance in più di sviluppare un carattere sereno ed equilibrato. Ma gli esperti confermano anche un’altra verità: cambiare è possibile, se lo si vuole.
Il libero arbitrio non lascia scampo alle narrazioni strumentali. Chiunque può scegliere che tipo di capo essere. Chiunque può decidere di essere una persona seria, coerente, capace di entrare in sintonia con gli altri, badare alle piccole cose, mantenere gli impegni, chiedere scusa in modo autentico. È così che si costruisce, giorno dopo giorno, la propria credibilità, la propria reputazione. E’ così che si consolida un ambiente in cui la fiducia cresce e con essa la speranza di rendere quel contesto, quell’ufficio, quell’azienda un luogo a cui dare il meglio di sé.
Essere leader è una questione di identità. Significa dare senso al potere, e sviluppare il poter essere che diventa saper essere.
Non solo sapere o saper fare.
