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Venture capital in Italia nel 2025: numeri, crescita e gap con l’Europa

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Il 2025 conferma un segnale importante per il venture capital in Italia: dopo un 2024 complesso, il mercato torna a crescere sia per volumi sia per attività, con un mix di round più maturi e un’attenzione crescente verso operazioni più importanti per dimensione. In termini di investimenti in startup e PMI innovative, l’anno si chiude con 436 round e €1.735M investiti, in aumento rispetto ai 405 round e €1.463M del 2024 (+8% nel numero di round e +18% nell’ammontare investito).

Questi numeri, letti in chiave “ecosistema”, raccontano due cose: da un lato la crescita del mercato italiano; dall’altro la permanenza di alcuni limiti strutturali che portano il Paese ad avere ancora gap importanti rispetto ai principali player del continente. La fotografia del 2025 è quindi positiva, ma non ancora risolutiva: la crescita c’è, il ritardo resta.

Sul piano dei round, il 2025 vede una dinamica incoraggiante: 53 round di Series A (vs 50 nel 2024) e 14 Series B (vs 12), mentre le operazioni Series C+ scendono a 5 (vs 9). Le exit restano 31 (in linea con l’anno precedente). Anche i “mega round” (operazioni ≥€100M) sono 2 per un totale di €356M (vs 3 e €380M nel 2024), segno che la crescita è presente ma ancora non abbastanza “trainata” da un numero elevato di grandi operazioni ricorrenti. In questo quadro, l’aumento di capitale di Bending Spoons da €234M ha segnato il record annuale.

Se allarghiamo lo sguardo al contesto, anche l’Europa nel 2025 mostra resilienza: €66B investiti (+5% YoY) con 10.206 deal (-4% YoY), in un mercato sempre più concentrato su AI e late stage. È un dato utile perché spiega una parte del “perché” l’Italia, pur crescendo, fatica a recuperare rapidamente posizioni: quando il benchmark continentale tiene, servono accelerazioni superiori alla media per ridurre davvero il divario.

Ed è qui che emerge il confronto con i principali ecosistemi: il Regno Unito rimane il mercato più grande in Europa per valore, con €21,6B investiti nel 2025 (a fronte di 2.091 round) e un lieve incremento YoY sul capitale (+4%) nonostante un calo nel numero di deal (-15%). La Spagna, spesso citata come riferimento “comparabile” per dinamiche di sistema, registra nel 2025 €2,3B investiti su 262 round (+21% YoY sul capitale), supportata da un forte ruolo pubblico di catalizzazione e da una cornice regolatoria percepita come favorevole. La Francia, pur in rallentamento rispetto ai picchi post-pandemici, resta su ordini di grandezza molto superiori all’Italia: il 2025 è a €7,7B e vede round “iconici” come quello di Mistral AI (€1,7B). In sintesi: l’Italia cresce, ma parte da una base più bassa e non dispone ancora della stessa “macchina” di capitali (domestici e istituzionali), pipeline di scaleup e profondità di mercato che caratterizza UK, Francia e Spagna.

Il risultato è un ecosistema che migliora, ma che rimane spesso “a trazione esterna” quando si parla di round più grandi: nel 2025 tutti i round sopra €20M includono almeno un investitore internazionale. È un segnale positivo (attrazione di capitali e competenze), ma anche un campanello d’allarme: senza un rafforzamento della base domestica, la capacità di sostenere la crescita delle scaleup rischia di dipendere troppo da finestre di mercato e appetito estero.

Il 2025 porta anche un elemento potenzialmente decisivo per il futuro: le novità normative e gli interventi di policy che mirano a sbloccare capitali privati e istituzionali. La risposta legislativa si è articolata attraverso la revisione della Legge annuale per il mercato e la concorrenza 2024, la Legge Centemero e alcuni articoli della Legge di Bilancio 2025, con l’obiettivo di mobilitare capitali a supporto di startup con ambizioni internazionali, anche tramite il coinvolgimento di casse previdenziali e fondi pensione. Il punto più rilevante è proprio l’indirizzamento di una quota del capitale da quest’ultimi gestito verso il venture capital, con un vincolo modulato nel tempo.

Questa leva è centrale perché una delle differenze più nette tra Italia e mercati leader è la presenza (o assenza) di grandi LP domestici che alimentano stabilmente i fondi. Non è solo una questione di “quanto capitale c’è”, ma di quanto capitale è strutturalmente predisposto a investire in asset class illiquide e a sostenere cicli lunghi. Nel confronto europeo, i fondi pensione italiani risultano più piccoli e con un’allocazione più conservativa, con maggiore peso su real estate e private debt rispetto a private equity e venture capital.

Allo stesso tempo, l’implementazione di queste misure non è stata semplice: tra resistenze del settore e incertezze interpretative, l’operatività è partita con ritardo, anche se nel tempo si intravedono segnali legati al mantenimento degli incentivi fiscali sugli investimenti qualificati. E qui emerge un secondo tema cruciale per il 2025: la stabilità normativa. L’incertezza sulla proroga dell’incentivo fiscale del 30% per investimenti privati in startup e PMI innovative (misura in scadenza, con autorizzazione UE attesa dopo il primo trimestre 2026) può impattare soprattutto su pre-seed e seed. Nello stesso perimetro si inserisce lo Scaleup Act, che ridefinisce criteri e percorso di startup/scaleup/PMI innovative, con un impianto più selettivo e orientato a risultati concreti, includendo anche estensioni temporali della permanenza per le imprese con forte crescita.

In conclusione, parlare di mercato del venture capital in Italia nel 2025 significa raccontare un anno di crescita reale e segnali di maturazione (più round e più capitale, più attenzione alle fasi di scala), ma anche di ritardo strutturale rispetto ai campioni europei, che operano su ordini di grandezza superiori e con basi istituzionali più solide. La buona notizia è che il 2025 porta anche una cornice normativa che, se resa stabile e pienamente applicabile, può diventare uno dei principali acceleratori per il prossimo ciclo: più capitali istituzionali, più continuità negli incentivi e un perimetro più chiaro per startup e scaleup.

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