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LAVORO E TERZO SETTORE

Lavorare, una benedizione o una maledizione? 

Una certa interpretazione biblica veterotestamentaria sembra legare il lavoro a una maledizione che obbliga a faticare e soffrire per sopravvivere e crescere. 

Guardando all’umanità intera vediamo che la maggior parte davvero suda e soffre per un pezzo di pane o una ciotola di riso e per un po’ d’acqua. Sudore che spesso non permette neppure una semplice aspirina od avere un minimo di istruzione o qualcosa di più di una capanna o stanza da condividere con molti altri. 

A parte le considerazioni filosofiche o religiose, il lavoro permette di migliorare il nostro stile di vita se escludiamo le tante forme di schiavismo celate dietro lavori sottopagati, non pagati, sotto condizioni di sfruttamento, mortificazione, violenza di vario genere e in mancanza di minime misure di sicurezza. 

In Italia i dati ISTAT indicano un miglioramento su tutti i fronti dell’occupazione e lo stesso vale per il mondo del terzo settore che anzi registra sempre un risultato maggiore anche quando c’è stata la pandemia. Anche se le organizzazioni non profit sono calate il numero di occupati è aumentato. 

Il Terzo settore è una realtà che continua a dare opportunità di una vita piena di senso, dinamica e arricchente in termini di crescita personale, relazioni, competenze ed esperienze. Soprattutto per le donne e i più giovani che cercano il modo di affermare la propria indipendenza e soprattutto, come mostra il Report FragilItalia “I giovani e il lavoro” elaborato da Area Studi Legacoop e Ipsos, il lavoro, in termini valoriali, è per i giovani under 35 solo all’ottavo posto. Prima vengono: 

  • Rispetto, 
  • onestà,  
  • libertà, 
  • Amicizia, 
  • Sincerità, 
  • senso della famiglia, 
  • esigenza di sicurezza, uguaglianza, stabilità, ecologia, innovazione e giustizia sociale, 

Tutti valori che incarna il Terzo Settore, settore che però ha i suoi punti deboli sul lavoro, qualsiasi forma di lavoro sia, dalla consulenza al subordinato, tra questi: 

  • Livelli di reddito adeguati (altrimenti certi livelli nascondono di fatto forme di sfruttamento giustificate dai fini “nobili”), 
  • Rappresentanze e contratti, 
  • Bassa presenza di donne nei livelli più alti di responsabilità nonostante sia nettamente maggiore la presenza femminile nel terzo settore, 
  • Strutture di gestione delle persone, spesso inesistenti o focalizzate solo sulle buste paga e aspetti amministrativi. 
  • Formazione e welfare interno. 

Sono aspetti che coinvolgono diversi livelli di responsabilità sia nelle organizzazioni che politiche e associative.  

Le persone fanno sempre la differenza e se il Terzo settore investirà sempre di più sulle persone che ci lavorano allora farà ancora di più la differenza. 

Per questo serve investire nel cosiddetto People Management ex HR , iniziando dalla fase di recruiting e selezione, passando dalla formazione e crescita, welfare interno e infine anche per la fase eventuale di uscita. Ma lo stesso per la gestione delle collaborazioni.  Non limitandosi alla mera gestione delle buste paga e compensi.

E sempre affidarsi a chi incarna etica e competenza

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