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L’accordo tra USA e Unione Europea: dazi al 15 % e conseguenze per l’Italia

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Il 28 luglio 2025 il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e la Presidente della Commissione europea, Ursula Von Der Leyen, hanno ufficializzato un accordo commerciale che prevede l’applicazione di un dazio unico del 15 % sulla maggior parte delle merci europee esportate negli Stati Uniti, in vigore dal 1° agosto

Contesto e contenuti dell’intesa

Fino a quel momento, le merci europee erano soggette a tariffe in media dello 0,9 %, eccetto alcune specificità alimentari o settoriali. L’intesa sancisce dunque un aumento triplicato rispetto al tasso medio preesistente (4,8 %) ma cadono gli scenari peggiori, come il 30 % paventato nelle settimane precedenti.

I dazi previsti non si applicano, invece, a settori sensibili: acciaio e alluminio restano soggetti al 50 %, mentre rientrano tra le esenzioni aeromobili, prodotti aerospaziali, componentistica, robotica avanzata, alcuni medicinali generici, semiconduttori e materie prime strategiche.

Impatti macroeconomici

Secondo ASviS, i dazi del 15 % riguarderanno direttamente l’Italia, tra i Paesi europei più esposti, insieme a Germania e Francia: l’impatto sul PIL italiano è stimato in una riduzione di circa lo 0,2 %, più contenuta rispetto allo 0,3 % tedesco e allo 0,1 % francese

Tra i Paesi più esposti, l’Italia potrebbe subire conseguenze significative in termini di contrazione dell’export verso il mercato statunitense, con ripercussioni anche sul piano occupazionale e sulla crescita economica. Il nuovo regime tariffario, sebbene inferiore rispetto all’ipotesi iniziale del 30%, determina un brusco aumento rispetto all’aliquota media precedente, pari allo 0,9%.

A complicare ulteriormente lo scenario vi è il deprezzamento del dollaro, che riduce la competitività dei prodotti europei negli Stati Uniti, aggravando l’effetto delle nuove tariffe. Inoltre, la possibilità che le imprese trasferiscano parte dei maggiori costi sui consumatori finali introduce il rischio di un aumento dei prezzi anche all’interno del mercato europeo.

Settori esposti: agroalimentare, vino, automotive, farmaceutica

Agroalimentare e vino

Il comparto agroalimentare italiano si colloca tra i più penalizzati: il vino esportato negli Stati Uniti, con un fatturato di 1,9 miliardi su 7,8 miliardi complessivi di export alimentare nel 2024, subirà un impatto stimato in circa 317 milioni di euro nei prossimi dodici mesi. Se si considera la svalutazione del dollaro, tale danno potrebbe salire fino a 460 milioni e il mancato guadagno per i partner commerciali americani raggiungere i 1,7 miliardi di dollari.

Automotive e meccanica avanzata

Il settore dell’automotive, dove i dazi erano già del 25 %, vedrà una riduzione alla nuova soglia del 15 %, offrendo un miglioramento, in termini relativi, alla filiera comprese le componenti. Anche la meccanica avanzata e la robotica potranno beneficiare delle esenzioni o aliquote più favorevoli.

 

Farmaceutica e semiconduttori

Il comparto farmaceutico italiano, che nel 2024 ha generato circa 10 miliardi di euro di export verso gli Stati Uniti, rischia di essere colpito: i farmaci a marchio registrato potrebbero cadere sotto la tariffazione al 15 %, mentre i generici potrebbero ricevere esenzioni selettive. Per i semiconduttori, pur confermato il dazio al 15 %, permangono incognite su eventuali aumenti futuri.

 

L’intesa al 15 % rappresenta un compromesso tra uno scenario daziario estremo (30 %) e lo status quo precedente quasi privo di tariffe. Tuttavia, gli effetti macroeconomici per l’Italia appaiono concreti e rilevanti: perdita di export, riduzione del PIL, impatti settoriali pronunciati e pressioni sui prezzi interni. Un accordo che limita i danni, ma non elimina i costi — in particolare per i settori agroalimentare, vinicolo, automotive e farmaceutico.

L’Italia ora si trova chiamata a rafforzare le politiche commerciali europee, diversificare i mercati di sbocco e proteggere settori strategici a rischio, onde evitare che misure di ritorsione o nuove escalation commerciali acuiscano ulteriormente le tensioni transatlantiche.

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