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Le emissioni invisibili delle imprese

Per molte imprese, la maggior parte delle emissioni di gas a effetto serra non viene prodotta all’interno degli stabilimenti, degli uffici o dei processi produttivi. Secondo un’analisi pubblicata da CDP e Boston Consulting Group (BCG), nel 2023 le emissioni generate lungo la catena di fornitura sono risultate, in media, 26 volte superiori rispetto alle emissioni prodotte direttamente dalle attività operative delle aziende (Scope 1 e Scope 2). Questo dato evidenzia come l’impatto ambientale più significativo sia spesso generato al di fuori dei confini dell’organizzazione.

Sono queste le cosiddette “emissioni invisibili”: meno immediate da individuare, ma sempre più determinanti per comprendere il reale impatto ambientale di un’impresa.

Nel linguaggio della sostenibilità, queste emissioni rientrano nello Scope 3, la categoria che comprende tutte le emissioni indirette generate lungo la catena del valore. In molti settori rappresentano la quota più significativa dell’impronta carbonica complessiva di un’organizzazione, superando di gran lunga le emissioni dirette e quelle associate all’energia acquistata.

Misurare lo Scope 3 significa guardare oltre i confini dell’impresa. Significa analizzare attività che l’organizzazione non controlla direttamente, ma che sono strettamente connesse al proprio modello di business: dall’approvvigionamento delle materie prime ai trasporti, dai servizi acquistati ai viaggi di lavoro, fino all’utilizzo e al fine vita dei prodotti.

L’attenzione verso queste emissioni è cresciuta significativamente anche grazie all’evoluzione del quadro normativo europeo in materia di sostenibilità. La Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS) hanno contribuito a portare gli impatti lungo l’intera catena del valore al centro della rendicontazione ESG, promuovendo un approccio sempre più orientato alla completezza, alla trasparenza e alla qualità delle informazioni. Sebbene gli obblighi di rendicontazione riguardino direttamente solo alcune categorie di imprese, i loro effetti si stanno progressivamente estendendo a tutta la filiera.

Proprio questa ampiezza rende lo Scope 3 una delle sfide più complesse della sostenibilità aziendale. La raccolta delle informazioni richiede infatti il coinvolgimento di fornitori, partner commerciali e altri attori della catena del valore, rendendo fondamentale la collaborazione e la condivisione di dati affidabili.

Accanto all’evoluzione normativa, è il mercato stesso a spingere in questa direzione. Clienti, investitori, istituti finanziari e grandi imprese richiedono sempre più frequentemente informazioni ambientali accurate ai propri partner e fornitori. Di conseguenza, anche molte organizzazioni non direttamente soggette agli obblighi di rendicontazione si trovano oggi coinvolte in questo processo, chiamate a fornire dati sempre più completi e trasparenti.

Lo Scope 3 non rappresenta quindi soltanto una categoria di emissioni da misurare, ma un’opportunità per acquisire una conoscenza più approfondita del proprio impatto e delle relazioni che caratterizzano la propria filiera. Comprendere dove si concentrano le emissioni consente infatti di individuare aree di miglioramento, sviluppare iniziative condivise con partner e fornitori e orientare decisioni più consapevoli.

In questo contesto, la qualità del dato ESG assume un ruolo sempre più strategico. Disporre di informazioni affidabili non significa soltanto rispondere alle richieste del mercato o alle evoluzioni normative, ma creare le basi per una gestione più efficace dei rischi, individuare opportunità di efficientamento e rafforzare la competitività nel lungo periodo.

Le emissioni invisibili stanno diventando sempre più visibili nelle strategie delle imprese. Saperle conoscere, misurare e gestire significa adottare una visione della sostenibilità più ampia, capace di andare oltre i confini dell’organizzazione e di generare valore lungo l’intera catena del valore.

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