Negli ultimi anni il dibattito sulla sostenibilità si è concentrato principalmente su emissioni, energia, economia…

L’economia sociale e solidale come leva contro la povertà
Di fronte al rallentamento della riduzione della povertà, all’aumento delle disuguaglianze e all’intensificarsi delle pressioni ambientali, il paradigma di sviluppo centrato sulla crescita del PIL mostra limiti strutturali sempre più evidenti. La promessa secondo cui l’espansione economica, accompagnata in un secondo momento da misure redistributive, si tradurrebbe automaticamente in benessere diffuso e in una piena realizzazione dei diritti, non trova riscontro sistematico: persistono disparità di reddito e ricchezza, l’accesso al lavoro dignitoso e alla protezione sociale resta fortemente diseguale, mentre vulnerabilità climatiche e vincoli di debito riducono la capacità degli Stati di convertire la crescita in progressi duraturi.
In questo contesto, il documento programmatico congiunto di UNTFSSE, del Relatore speciale ONU sulla povertà estrema e i diritti umani e della Coalizione mondiale per la giustizia sociale propone un cambio di baricentro: valutare l’economia non per la sola capacità di accrescere la produzione, ma per ciò che genera in termini di dignità, uguaglianza, benessere e integrità ambientale. Ne deriva l’idea di un’“economia dei diritti umani” come paradigma emergente, e dell’economia sociale e solidale (ESS) come infrastruttura concreta di attuazione per l’eliminazione della povertà “oltre la crescita”, in coerenza con la Roadmap in elaborazione nell’ambito dell’iniziativa NEEP.
1) Superare la povertà intesa solo come reddito
L’“economia dei diritti umani” nasce come risposta ai limiti di strategie che assumono la crescita e il PIL come indicatori principali di progresso. Il suo obiettivo è riallineare norme, politiche e pratiche economiche, incluse quelle commerciali e di investimento, alla realizzazione effettiva dei diritti umani, del benessere e della tutela ambientale. In questa prospettiva, la povertà è soprattutto una condizione radicata nell’esclusione sociale: gli indicatori monetari da soli non colgono la portata della privazione, né riconoscono adeguatamente il ruolo del lavoro domestico e di assistenza, essenziale per i diritti economici, sociali e culturali ma storicamente sottovalutato nei conti e nelle priorità dei sistemi economici convenzionali.
Il documento richiama inoltre un punto cruciale: le strategie di riduzione della povertà “trainate dalla crescita” non hanno prodotto risultati equi e duraturi. Da qui l’esigenza di percorsi di sviluppo che agiscano più direttamente sulle barriere strutturali- mercati del lavoro segmentati, squilibri di potere, esclusione di gruppi vulnerabili, asimmetrie nelle catene del valore, esposizione climatica- e che assumano il benessere come criterio guida della governance economica.
2) Cosa si intende per ESS e perché è strategica
L’economia sociale e solidale è presentata come un quadro globale fondato su solidarietà, cooperazione e governance partecipativa. Comprende una pluralità di forme- cooperative, associazioni, società mutualistiche, fondazioni, imprese sociali, gruppi di auto-aiuto e altre entità- accomunate dal primato delle persone e degli obiettivi sociali sul capitale nella distribuzione e nell’uso di eccedenze e profitti, e da principi come autonomia, indipendenza, trasparenza, responsabilità e democrazia economica.
La rilevanza dell’ESS sta in un nesso spesso trascurato: se la povertà è anche mancanza di voce, di accesso a servizi essenziali, di sicurezza economica, di riconoscimento e di opportunità, allora servono istituzioni economiche capaci di produrre inclusione “nel modo in cui” si crea valore, non solo tramite trasferimenti ex post. Le organizzazioni dell’ESS, per costruzione, tendono a internalizzare obiettivi sociali e ambientali nella governance e nelle decisioni, offrendo canali di partecipazione e meccanismi di redistribuzione già incorporati nell’architettura organizzativa.
3) ESS come “meccanismo di attuazione” della Roadmap oltre la crescita
Il documento colloca l’ESS come partner e leva di implementazione della prossima Roadmap per l’eliminazione della povertà oltre la crescita, organizzata in cinque aree:
- trasformazione dei sistemi economici;
- politiche del lavoro ed economia dell’assistenza;
- accesso alla protezione sociale e ai servizi essenziali;
- clima, ambiente e risorse;
- commercio, finanza, debito e solidarietà globale, con un asse trasversale su governance e democrazia partecipativa.
L’allineamento non è solo teorico. In ciascuna area, l’ESS offre “percorsi” praticabili:
- Trasformazione dei sistemi economici: promuove governance democratica, conservazione del valore locale e quadri di finanziamento inclusivi, riducendo dipendenze da massimizzazione del profitto e rendimenti di breve periodo.
- Lavoro ed economia dell’assistenza: sostiene occupazione di qualità, condizioni eque e uguaglianza di genere, anche tramite democrazia sul posto di lavoro e modelli cooperativi e di cura.
- Protezione sociale e servizi essenziali: amplia inclusione e accesso tramite lavoro dignitoso, servizi di assistenza basati sulla comunità e innovazione sociale.
- Clima, ambiente e risorse: favorisce processi decisionali inclusivi che privilegiano obiettivi sociali e ambientali rispetto all’accumulazione di capitale, rafforzando resilienza climatica e transizioni eque.
- Commercio, finanza, debito e solidarietà globale: incoraggia finanza etica, trasparenza e partenariati basati sulla solidarietà, contrastando dinamiche estrattive e disuguaglianze lungo le catene del valore.
In sintesi, l’ESS è proposta come “motore e facilitatore” del benessere: non un settore residuale, ma un insieme di istituzioni economiche capaci di rendere operativi i principi dell’economia dei diritti umani.
4) Leve politiche: dal riconoscimento al cambiamento strutturale
La tesi del documento è esplicita: tradurre il potenziale dell’ESS in risultati richiede azione pubblica coordinata, coerente e scandita su orizzonti temporali differenti. Tra le leve politiche fondamentali emergono lavoro dignitoso, governance partecipativa e dialogo sociale, servizi e assistenza inclusivi, conservazione del valore locale, resilienza climatica, uguaglianza di genere, appalti pubblici e finanza, dati e statistiche. Queste leve servono a costruire un “contesto favorevole” che permetta alle entità dell’ESS di scalare impatto senza perdere natura partecipativa e finalità sociali.
Il documento propone inoltre una progressione di interventi:
- Breve termine: riconoscimento giuridico e maggiore visibilità delle entità dell’ESS; quadri favorevoli per la loro partecipazione ad appalti pubblici e programmi di impresa; misure fiscali e tributarie coerenti con la loro natura e con risultati di lavoro dignitoso e inclusione.
- Medio termine: meccanismi di finanziamento dedicati (anche tramite istituzioni nazionali di sviluppo e finanza pubblica); estensione della protezione sociale ai lavoratori e alle lavoratrici dell’ESS e a chi transita dall’informalità; programmi territoriali che privilegino approvvigionamenti e partenariati basati sull’ESS; rafforzamento dei sistemi statistici; programmi trasformativi per l’uguaglianza di genere e la leadership femminile, in particolare nei settori della cura e dei servizi sociali.
- Lungo termine: riallineamento delle politiche commerciali, industriali e occupazionali ai principi dell’ESS (incluse misure per economia circolare e transizioni giuste); integrazione dell’ESS nei quadri nazionali di bilancio e finanziamento dello sviluppo; piattaforme istituzionalizzate, interministeriali e multipartecipative per rafforzare coerenza delle politiche e governance democratica.
Questa architettura è rilevante perché evita due rischi opposti:
- ridurre l’ESS a “buone pratiche” non scalabili
- strumentalizzarla come mera esternalizzazione di funzioni sociali senza tutele, risorse e capacità decisionale. Il punto è costruire politiche che riconoscano l’ESS come componente strutturale di un’economia orientata ai diritti, non come correttivo marginale a un modello che resta invariato.
L’argomento centrale può essere formulato così: se il fine è eliminare la povertà in modo duraturo, non basta inseguire la crescita sperando che i benefici “scivolino” verso il basso; occorre riorientare istituzioni, incentivi e criteri di successo verso dignità, uguaglianza, partecipazione e limiti planetari. In questa transizione, l’economia sociale e solidale offre una via già praticabile perché incorpora, nella sua governance e nelle sue finalità, gli elementi chiave dell’economia dei diritti umani: centralità delle persone, democrazia economica, cura, responsabilità sociale e ambientale. Il compito della politica pubblica, nazionale e multilaterale, è quindi creare le condizioni perché tali forme economiche prosperino e contribuiscano sistemicamente alla Roadmap “oltre la crescita”, trasformando la lotta alla povertà da effetto collaterale della crescita a obiettivo primario della governance economica.
